Le pietre degli immortali – Una storia lunga nel tempo

Il 12 settembre 1980, nell’ambito della Mostra Marmomacchine che allora si teneva a Sant’Ambrogio di Valpolicella, durante una serata conviviale si ritrovarono Angelo Betti, allora segretario generale di Verona Fiere, Giorgio Zusi, direttore della rivista “L’informatore del marmista”, poi cancelliere della Corporazione e Mastro e Gianni Staccotti, giornalista, con l’idea di rifondare l’antica Corporazione dei Mastri della Pietra, nata a Verona nel 1319 sotto la signoria di Cangrande 1° della Scala con l’intento di riunire scalpellini, cavatori, artisti, maestri nella lavorazione della pietra della Lessinia, della Valpolicella e Valpantena.

Il fine era quello di coinvolgere esponenti dei maggiori bacini marmiferi mondiali, in un periodo in cui i rapporti con il mercato estero e la collaborazione tra gli addetti al settore della produzione e lavorazione dalla pietra in Italia e all’estero erano molto forti.

Compito della Corporazione era quello di proclamare nuovi Mastri, cioè personaggi che nell’ambito della loro attività, promuovessero il settore marmifero, garantendo il loro impegno a favore dell’intero settore e a difesa dell’economia del territorio.

Il primo Mastro fu Luigi Antolini, a cui seguirono tanti imprenditori italiani e stranieri, giornalisti, uomini di cultura.

Per dare risalto a questo evento importante sia sotto il profilo culturale che artistico, furono invitati alla 18ma edizione della Mostra MarmoMacchine, che allora si teneva nel quartiere fieristico ambrosiano, ora diventato parco, scultori di fama internazionale, molti dei quali si erano avvicinati al marmo proprio in Valpolicella, seguiti da artigiani e scultori locali.

Con l’intento di lasciare una testimonianza del loro passaggio, fu collocata davanti all’entrata principale del Quartiere fieristico di Sant’Ambrogio di Valpolicella, la prima “Pietra degli immortali”, un enorme blocco di marmo Rosso Verona.

Il primo artista ad incidere la propria firma fu Miguel Berrocal, scultore e artista spagnolo che da Parigi si era trasferito a Negrar, dove aveva lo studio. Dopo di lui lasciarono il loro segno Enzo Assenza, Gino Cortellazzo, la scultrice giapponese Naoco Kumasaka e lo scultore Sahl Swarz, Arsenio de Bortoli, Gino Bogoni.

Nel 1982 venne affiancato al blocco di marmo Rosso Verona un blocco di Bianco di Vinkuran, un marmo statuario che si estrae presso Pola, in Istria. Anche questo inciso da valenti scultori, ospiti della manifestazione fieristica ambrosiana, fra cui Augusto Murer e Nag Arnoldi. Sul blocco si trova  il bozzetto, realizzato dallo scultore croato Ante Marinovic, del monumento “Lo scalpellino”, collocato oggi sulla scalinata che porta alla sede del Comune di Sant’Ambrogio di Valpolicella.

Dopo il trasferimento della Marmo Macchine da Sant’Ambrogio a Verona non è più stato possibile raccogliere le firme di altri artisti. Una perdita per le imprese locali e i cittadini ambrosiani che con la loro lungimiranza e il loro impegno avevano portato la fiera da un piccolo paese di provincia a livelli di fama mondiale.

La Scuola d’Arte è riuscita a prendersi in carico la conservazione dei due blocchi con le loro testimonianze. Li ha collocati all’ingresso di Villa Brenzoni-Bassani, li ha restaurati, puliti e recuperato le firme, ridando vita alle due  “Pietre degli immortali”.

Nel 2015, in occasione dei 150 anni della Scuola d’Arte, sono stati invitati altri artisti famosi, vicini alla scuola e a S.Ambrogio di Valpolicella, a scolpire la loro firma sulle “Pietre degli immortali”: Pino Castagna, Sergio Capellini, Libero Cecchini, Matteo Cavaioni, Umberto Maggioni, Mariano Bellamoli, Giuseppe Cinetto, Mario Vassanelli, Luigi Savoia, Francesco Zanoni, Igino Legnaghi.

I monoliti  sono il simbolo della tradizione del popolo della Valpolicella e su queste pietre sono indelebilmente scolpite le firme di grandi artisti che a Sant’Ambrogio hanno conosciuto il marmo, hanno imparato a lavorarlo e a scolpirlo e si sono impegnati a promuovere l’arte e la cultura del nostro territorio nel mondo.

Le firme degli immortali

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